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Il Discorso dell'Addio alla Patria

« Popolo di Castel Monardo, fratelli, fuggiamo!
Cerchiamo scampo a questa misera vita, la quale sola oggimai ci avanza.
Non è da stare più irrisoluti. Il disputare dello stare o del partire non ha più luogo. Se fin quì sperammo che questa infelice Terra potesse riedificarsi, ora la speranza è del tutto mancata.
Il tremuoto della preterita fatal notte ci ha tolto tutto. Mirate colà le irreparabili rovine della dolente Patria. Non è rimasta pietra sopra pietra, tutto è orrore, tutto è scompiglio, tutto e desolazione. Il colle del Vaglio, che ne sorgea nel mezzo, si è di molto abbassato, e il monte, in che siede il Paese apertosi orribilmente, minaccia di inghiottirci ad ora ad ora.
E se così è, che così essere coi vostri propri occhi vedete, che facciamo noi qui?
Che indugiamo?
Si fugga, togliamoci da questo manifesto pericolo di morte, si cerchi miglior sede.
Finche le guerre ed il timor dei Barbari infestarono questa Provincia, fu, questo luogo, per la fortezza del sito, assai opportuno ad abitare. Ora essendo quelli per la provvida cura dei Serenissimi nostri Principi cessatiJ e dovendo di necessità mutar sito; possiamo sicuramente abbandonare questa rocca.
E' duro, lo confesso, è calamità il lasciare la Patria, i sacri luoghi, e le tombe, e le ceneri degli Avi. E, anche incomodo e noioso l'allontanarci dai nostri poderi, considerando quanto per questa lontananza saranno quelli per iscemar di prezzo!
Ma che si ha egli da fare? La necessità ha troppe dure leggi.
Ella ne spoglia di ogni arbitrio, e ci fa forza ad ubbidire.
Dobbiamo a questo come al minor dei mali appigliarci. Ma dall'altro canto, ponendo mente alla felicità ed ai comodi che saremo per godere nel luogo dove si disegna di andare, questo, ed ogni altro incomodo e disagio ne dovrà parere leggero.
A ciascuno di voi è noto il Piano della Corna. Quivi i nostri Maggiori, quando nel passato secolo un simile tremuoto gli oppresse, aveano deliberato di porre la lor sede . E sarebbesi la partita e il savio avviso posto ad effetto se le menti di alcuni erano più sane, ne noi saremmo ora l'esempio di tutte le miserie, perche colassù gli scotimenti si son fatti sentire men furibondi come ne dimostrano quei pochi edilizi che vi sono, i quali, tuttocche tremoli e malsani, non sono per nessun impeto caduti.
Questo adunque è il luogo dove dobbiamo andare. Quell'amena e lieta pianura, quell'aria sanissima, quelle dolci e chiare acque, quel prospetto di quel placido e ridente mare ci promettono una vita felicissima.
Se il luogo è propinquo al mare, non è gran fatto discosto dalla montagna. Il perche potremo assai comodamente attendere a tutte le nostre industrie, e alle nostre ricolte, ed avremo tutti i comodi della vita.
Queste considerazioni debbono farci portare in pace ogni perdita, debbono farci dimenticare di ogni passata miseria.
Colà potremo una Città fondare, la quale non avrà nulla da invidiare a niun'altra più bella della Provincia.
Facciamo buon cuore. Si abbandoni col nome di Dio questo incomodo luogo! Facciamo a quei che verrano dopo noi, questo immortal benelizio.
Sarà il nostro nome appresso ai posteri, eterno e glorioso.
Saremo nell'età future additati come fondatori di una nuova Città.
Ma, o Dio, mentre parlo non cessa di trèmare la terra!
Si fugga, Si fugga, Ecco, io e tutti miei ve ne diamo i primi l'esempio ».
______________
(1)Serrao Elia,op.cit., pag 14,15,16.

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