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Castelmonardo seppellita anche dall’oblio

Servono progetti seri per recuperare e valorizzare
il sito archeologico

Antonio Sisca - 3/11/2010 Gazzetta del Sud
FILADELFIA - Se ne parla da quaranta anni, si continua a fare progetti, a volte anche faraonici, si organizzano dibattiti ma tutto continua a rimanere nel mondo dei sogni. Ci riferiamo agli scavi di Castelmonardo da sempre al centro di proposte che però non trovano riscontro nella realtà.
L’ultimo incontro, nel corso del quale si è discusso dell’importanza di riportare alla luce i ruderi del vecchio sito ddistrutto dal terremoto nel 1783, sulle cui ceneri nacque poi Filadelfia, risale all’agosto scorso. Gli storici Ulderico Nisticò e Pino Cinquegrana in quella occasione misero in evidenza la necessità di salvaguardare il luogo dall’incuria e anche dalla mano dell’uomo. Ma, come ormai succede da oltre mezzo secolo, una volta calato il sipario sul convegno con le solite passerelle, di Castelmonardo non si parla più, se non nei soliti proclami che lasciano il tempo che trovano.
L’argomento scavi risale al 1970, quando un gruppo di archeologi italiani e stranieri riportarono in superficie ciò che restava della civiltà di un tempo, grazie all’impegno del vicesindaco dell’epoca, Giovanni Barone, e dell’ispettrice onoraria ai Beni culturali Elena Mastronardi, moglie di Barone. Furono effettuate interessanti scoperte ma, dopo due anni, gli scavi furono sospesi e il lavoro degli archeologi vanificato dall’incuria.
Da allora, più volte sono stati lanciati appelli per la ripresa degli scavi e la costruzione di un parco archeologico, ma sul piano concreto si è fatto ben poco.
Solo due anni fa, a opera di un gruppo di persone che hanno a cuore la valorizzazione del sito tra cui il professore Gianfranco De Nisi, il professore Vito Rondinelli, il vicesindaco Pino Michienzi e qualche altro il discorso è stato riaperto. La zona di Castelmonardo è stata ripulita da erbacce, detriti, spine; ma, d’importante vi è il fatto che durante questi lavori sono state portate alla luce alcune grotte, una fontana e le mura di una chiesa. Ma si tratta, come detto, di scoperte occasionali. Per riportare alla luce quel che rimane sepolto, bisogna avviare progetti seri che richiedono finanziamenti. Ed è in questo senso, secondo il professore Ulderica Nisticò, che bisogna muoversi se non si vuole disperdere un patrimonio ricco di storia.
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